venerdì 21 maggio 2010

"TURI U SUNATURI" dello Psicoterapeuta Giuseppe Lissandrello presto in LIBRERIA!!!

L’eredità del suonatore di campane.
Questo racconto è ambientato nella Sicilia siracusana e noi ci perdiamo in quel paese estivo, anche in autunno, dove paesaggi aridi presentano geometrie affascinanti dove i campi e i prati di paglia profumano di polvere e di sole e dove una banda musicale si presta ad accompagnare gratis il feretro di Turi "u sunaturi". Così chiamato perché sembrava essere dotato di un battaglio grosso come quello di una campana. E lui di "campane a festa" ne aveva fatte suonare tante. Conoscitore del "Kamasutra on the road", che dava lezioni ai giovani mentre era dal barbiere. Fra la trame del racconto, risalta la complicità nell’amicizia maschile, l’ironia di questi uomini che si conoscono fin dall’infanzia. Ci dà una visione originale di come nasce l’amore erotico, per le donne, per le ragazze che andavano in vacanza, sicure di divertirsi con questi ragazzi fatti di mare, di sole, di cielo. Un romanzo rispettoso della tradizione, ricco di citazioni, d’ironia, di colori e profumi siciliani. Dove la passionalità esplode su paesaggi notturni protetti dalla luna africana dove il cuore, misuratore d’intimità, si agita come un tamburo tribale.
Quando si inizia a prendere confidenza con il libro noi abbandoniamo tutto e seguiamo fiduciosi ed ammaliati il narratore, che ci racconta del suo amore smisurato per la donna, ci racconta la sua conoscenza dell’intimo femminile, quasi un trattato del rapporto sensuale che esiste tra la donna e l’uomo. Mette a nudo la sua anima quando racconta dei suoi amori, entra nel suo cuore con le mani e le tira fuori con i palmi volti all’insù per mostrare il suo animo a noi che lo leggiamo. Ci racconta di quel bambino che veniva consolato da "Turi". "Aveva esordito con un frase che poi era rimasta così nell’aria come una farfalla e lui ed io, bambini, eravamo rimasti incantati a guardarla. Poi storse il naso e mi fece guardare di sottecchi il buco sotto l’ascella della camiciola nera della ‘Za Michelina dove spuntavano dei peli grigi e a me questo sembrò buffo: guardare i peli dal buco della camicetta nera lisa della vecchietta prefica venuta spontaneamente, senza nessun compenso, a piangere mio padre perché lui la fermata dell’autobus gliela faceva proprio davanti la porta di casa sua; mi venne da ridere e lui mi portò nell’orto dietro casa e sotto l’albero di carrubo mi fece ridere. Questa era l’unica cosa da fare di fronte alla morte: riderle in faccia." Così avviene che il lettore, quanto più si avvicina alla fine, tanto più vivamente desidera tornare ad accompagnare "Turi" nel suo ultimo viaggio, ad avere meno paura della morte. Desidera scorazzare per le strade di quel "Borgo Pacchio", dove Turi ha goduto e fatto godere, senza razzismi, riversando la sua vitalità e dalle alture iblee: "guardare i raggi del sole, sei per la verità. Che sfuggono da una nuvola e, quegli strali di luce si vanno a infrangere sulle acque del mare mitico della baia di Ortigia. Che spettacolo!
Francesca Franchi Pavoni

P.S.
Minchia che bello forte è il tuo libro Giuseppe!

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