domenica 6 settembre 2009

NUOVA RECENSIONE PER "SECONDA B"


Io è così che me lo immagino uno scrittore: sempre attento alle persone che gli stanno intorno e a ciò che succede, sempre pronto a fare della realtà che lo circonda materia grezza da trasformare in storie nuove ed originali.Basta, ad esempio, una frase buttata lì quasi per scherzo da un’amica un po’ stanca, ed ecco nascere l’embrione di una trama che porterà alla pubblicazione di un romanzo.Immaginare però non basta: io, uno scrittore così, lo conosco davvero.
E’ l’amico Patrizio Pacioni, autore prolifico, versatile e molto attivo in diversi campi artistici, che ha saputo spaziare dai temi più intimistici di Mater e di Un lungo addio, a thriller avvincenti e spietati come Dalle Tenebre o Chatters, da operazioni ardite, ma riuscite, come il prosieguo in chiave moderna de I Promessi Sposi, in Quel ramo del lago, alla creazione di un personaggio seriale, il commissario Cardona, già protagonista di ben tre romanzi.Dopo l’esordio, Essemmesse, e un’avventura in terra straniera, Malinconico Leprechaun, è infatti da poco uscito Seconda B (Melino Nerella Edizioni).E ancora una volta Patrizio Pacioni ci sorprende.
La storia è quella della maestra Eva Antonini, una donna di mezza età che, apparentemente in modo improvviso, perde l’uso della ragione e si trasforma nella spietata sequestratrice dei suoi stessi alunni. A Monteselva, la situazione, dapprima confusa, si fa, col passare delle ore, sempre più chiara: non si tratta di terroristi o di organizzazioni pronte a tutto pur di ottenere ciò che vogliono, ma – e questo rende la faccenda ancora più pericolosamente delicata - della rivincita che una persona sola e malata ha voluto prendersi sulla vita che l’ha sempre costretta ad un ruolo passivo e di second’ordine.Patrizio Pacioni ci accompagna allora nella fitta rete di sentimenti che caratterizzano le frenetiche ore del sequestro, l’angoscia dei familiari dei bambini e il sollievo egoista di chi, non è stato coinvolto; la spietata freddezza di chi spera in un avanzamento di carriera e chi, invece, tenta il regolamento di vecchi conti rimasti in sospeso…
Senza entrare nel merito di una trama che merita di essere “gustata” tutto d’un fiato e senza troppe anticipazioni, mi preme sottolineare la bravura di Patrizio nel delineare i tratti psicologici dei suoi protagonisti (e nel farlo, svesto i panni dell’amica, per prendere quelli della critica severa).E’ questa, mi sembra, una delle sue doti migliori, e che ha saputo esprimere in tutti i generi letterari in cui si è cimentato nel corso della sua lunga carriera: sapere entrare cioè nella mente dei personaggi - siano essi le pedine principali dell’azione, o semplici comparse -, e riuscire, anche con pochi tratti, a dar vita a individui veri, credibili, complessi e completi sotto ogni punto di vista.Come in un gioco di specchi, i personaggi si manifestano guardandosi l’uno negli occhi dell’altro: padre e figlio, marito e moglie, l’uomo e l’amante…Impossibile sfuggire allo sguardo impassibile e implacabile di Cardona, coinvolto questa volta in prima persona, che saprà nuovamente ristabilire l’ordine in una Monteselva che, con le sue paure, gli odi, gli amori, le frustrazioni e i segreti che legano – o dividono - gli abitanti, diventa emblema di un universo più ampio – che poi è il mondo in cui tutti noi viviamo, il reale in tutta la sua complessità.

Lidia Gualdoni (guida pagine culturali di Super Eva)

sabato 14 marzo 2009

SECONDA B di Patrizio Pacioni


Se “Essemmesse” e “Malinconico Leprechaun”, rispettivamente prima e seconda avventura del commissario Cardona, hanno costituito due genuini e gustosi antipasti, “Seconda B”, nuova uscita in libreria di Patrizio Pacioni, costituisce senza ombra di dubbio un sostanzioso piatto forte.
Già a partire dalle prime righe del prologo il lettore è calato a forza in un “mondo liquido partorito dal sogno” che a me personalmente ha molto ricordato la forza di dirompente coinvolgimento esercitata dal primo capitolo di “Cadaveri senza volto” di Rubert Corbin: in entrambi i casi (e per tutta la durata della narrazione) si avverte infatti “la sensazione di stare vivendo l’incubo di qualcun altro”.
Avviluppato dunque, fin da subito, in una ragnatela di emozioni, il lettore, pur comprensibilmente timoroso di inoltrarsi nel groviglio spaventoso di una trama che non lascia respiro, è sapientemente indotto a desiderare di raggiungere al più presto, pur di sciogliere una tensione che, pagina dopo pagina si fa sempre più insopportabile, il drammatico climax finale.
Il vortice ansiogeno dello scorrere delle vicende è sostenuto da una struttura enfatica che si sviluppa in senso verticale verso apici emozionali sempre più intensi e, in un tale quadro, la tragedia che si svolge all’interno e all’esterno della scuola elementare Sandro Pertini appare attraversata da una consapevole aritmia narrativa.
Quando l’incalzare degli avvenimenti lo richiede, infatti, la scrittura si fa quasi sincopata, sia mediante l’accorgimento tecnico della snella articolazione dei capitoli, sia attraverso la caratterizzazione essenziale e quasi stilizzata dei personaggi (giornalisti che si fanno concorrenza per sfruttare lo scoop, magistrati indecisi, politici ambiziosi quanto corrotti, delinquenti di bassa lega pronti ad approfittare della confusione, semplici cittadini colti nelle proprie miserie).
Quando al contrario il “respiro” si allarga richiedendo una prospettiva più meditata, il ritmo rallenta, fiume impetuoso che si allarga, placandosi, in un’ansa più tranquilla, fatta di vicende di contorno “a macchia di leopardo” , di atmosfere oniriche, dell’indifferente fluire della vita di ogni giorno in una piccola sonnolenta cittadina.
Rimangono, sempre e comunque, “brevi ma intensissimi bagliori”, tra i quali emergono, con la forza della suggestione letteraria spine aguzze di rovo: numeri che un bambino in pericolo di vita elenca come se stesse snocciolando un disperato Rosario, disegni sanguinosi che un tossico invasato incide sulla propria pelle…

Insomma, nel complesso si tratta di un romanzo che, pur rappresentando un valido esempio di thrilling corale (“Un film che poi regolarmente qualcuno proietta nella grande sala della realtà, quasi sempre un film di paura”), non risparmia momenti di profonda analisi introspettiva: a questo proposito indimenticabile la figura lacerata di Carmen, mamma di uno dei piccoli protagonisti dell’assurda tragedia che colpisce al cuore Monteselva.
E che in “Seconda B” ci venga fornita l’ennesima dimostrazione, semmai se ne avvertisse il bisogno, che ricerca intimistica e avventura non sono percorsi inconciliabili anche all’interno della stessa opera, non rappresenta certo una sorpresa: non dimentichiamo che la bella penna che ha scritto “Seconda B” è la stessa che tanto efficace e incisiva si è dimostrata in romanzi pieni di pathos come “Un lungo addio” (opera d’esordio dello scrittore romano nel 1997 che affronta lo scottante tema dell’incesto) e “Mater” (storia tutta al femminile edita nel 2004).

Ambienti, situazioni, personaggi emblematici, chi più, chi meno, sono curati dal punto di vista psicologico (in ambito scolastico anche a livello pedagogico) in modo eccellente, con naturalezza e verosimiglianza. Alcuni dei protagonisti, sia principali che secondari, escono scolpiti a tutto tondo dalle pagine del romanzo. Prima tra tutti l’allucinata Eva Antonini, la maestra della “Seconda B” (la cui personalità e il cui comportamento ci fanno pensare ad Edgler Foreman Vess, il folle omicida, che, in Intensity di Dean Koontz, tiene prigioniera in cantina una bambina). Il suo è un metodo d’insegnamento un po’ all’antica (“Alternare gentilezza e rigore è il modo migliore per tenerli sempre sulla corda”), mentre una voce pregna di inquietante maternità le risuona nella “mente avariata” e la perseguita, amplificando a dismisura l’effetto negativo degli influssi ambientali, cui non si sottraggono neanche i bambini.
Per esempio il figlio del commissario che, molto più dei compagni, i quali si credono ostaggi di chissà quale commando di terroristi, “conosce quale sia la differenza che passa tra la finzione e la realtà… larga e profonda quanto può esserlo il mare.” Incredibilmente suggestiva la figura di Raul, un visionario ribelle asservito irreversibilmente alla droga (“Non c’è un vero Dio nel suo universo allucinato e distorto”, bensì “un’entità malvagia che gode dei dolori del mondo”), oppure l’attempato don Piero, che supplisce a un’inclinazione conservatrice e retrograda con la sana energia, prettamente contadina, del buon senso (incisive le immagini evocate dalla sua arguta definizione dei peccati “a lunga conservazione” e dalla concezione del sensus culpae.)
La scrittura, priva di artificiosità, scorrevole e omogenea, favorisce, senza dubbio, l’equilibrio tra l’action incalzante e dialoghi che sprizzano energia da tutti i pori.
Monteselva, immaginaria cittadina in provincia di Piacenza (cui tra l’altro è dedicato un sorprendente e fantasiosissimo blog), appare, con le parole di Patrizio Pacioni, “il cuore e i polmoni di un unico organismo vivente, che di fronte alla minaccia che incombe sulla propria progenie, prima si ferma attonito, poi si commuove, infine si dibatte, ruggendo minaccioso”. I rapporti sociali, la semplicità dei costumi, il chiacchierio, il vociferare e lo scambio di pettegolezzi che serpeggia tra la gente e nelle strade, prima e durante la tragedia, coinvolgono il lettore fino a trasformarlo anch’esso in uno degli abitanti, facendolo sentire protagonista tra i protagonisti. Per questo tutto, ogni più piccolo dettaglio, ogni seppur minima variazione dei toni di voce viene colta con immediatezza al pari dei muti soliloqui, e ci riportano nella mitica Via del Corno della Firenze di “Cronache di poveri amanti” di Vasco Pratolini.
E poi ancora e sempre i bambini (“Anime ancora candide fragili, così facili da spezzare…” pensa la maestra Antonini, “…un po’ come i gatti, possiedono un istinto che gli permette di avvertire il pericolo molto prima degli adulti”) fragili come le figurine con cui giocano, ma al tempo stesso capaci di resistere con sorprendente energia al terribile shock.
Infine lui, Leonardo Cardona, davvero e più che mai “Leone”, simile in modo singolare, nell’occasione, a uno degli Uomini Specchio de “L’eterna notte dei Bosconero” di Flavio Santi. La missione solitaria che l’Autore gli carica sulle spalle, estrema e disperata carta da giocare nel tentativo di salvare il proprio figlio, ci riporta all’eccellenza di quella svolta da Cyna, ancora nel già citato Intensity di Dean Koontz. Inoltre, proprio come nelle mie più segrete speranze, in questo nuovo romanzo della saga di Monteselva viene finalmente svelato qualche intrigante particolare in più sulla “affettuosa amicizia” che lega il rude poliziotto alla bella e affermata cronista di Tele Radio Farnese, l’affascinante e sensuale Diana De Rossi.

Al di là del vortice del tragico evento che si abbatte sulla “seconda B”, al di fuori e al di sopra della follia della “signora maestra”, come una marea sale e tracima l’ansia dei genitori degli scolari, capaci di resistere a lungo, come accennato qualche riga più addietro, prima di cedere, comprensibilmente, al più disperato dei panici.
Resta calmo e gelido il carnefice, mentre le sue prede interiorizzano un presagio di morte.
Ancora Koontz, e il paragone tiene perfettamente.

Chiuso il libro, mentre nel sangue va lentamente pacandosi il flusso dell’adrenalina, cresce la consapevolezza del messaggio che l’Autore riesce a far passare, capitolo dopo capitolo: un amaro esame socio-psicologico di una società in progressivo degrado (intesa come complesso e strutturato intreccio tra scuola, famiglia, lavoro e politica) di cui suo malgrado ogni essere umano è parte integrante, nella quale Patrizio Pacioni affonda le mani senza però restarne contaminato.
È forse lui “L’estraneo” di Lovercraft che, dopo aver spaventato a morte tutti, allunga le dita verso “la fredda e dura superficie di uno specchio”.


Simonetta De Bartolo
per http://www.patriziopacioni.it/
marzo 2009

mercoledì 11 febbraio 2009

LA STRADA di CORMAC McCARTHY

Comincio la cura di questo spazio recensorio, affidatomi dalla neonata editrice Melino Nerella Edizioni, con un libro, regalo di natale, che ho finito di leggere, nel pomeriggio di martedì, 3 febbraio. Si tratta di "La Strada" di Cormac McCarthy, Ed. Einaudi. La storia è intensa, con puntuali sconfinamenti nel thriller, e devastante allo stesso tempo. Se Carver, a torto secondo lui, era stato etichettato come minimalista, McCarthy, potrebbe ben definirsi - incavolandosi naturalmente anch'egli - "essenzialista". Per rendere l'idea, Mr. Rockfeller a chi gli domandava come avesse fatto a fare fortuna gli rispondeva col rinomato motto "un penny risparmiato è un penny guadagnato": era un "minimalista". Mio nonno, un tipo all'antica, non ricco e che certsamente non aveva mai sentito parlare dell'americano, ma a modo suo gran risparmiatore, una volta mi disse "Di una lira bisogna farne due": decisamente un "essenzialista"! McCarthy, ambienta il suo romanzo in un mondo post-apocalittico, dove una ipotetica catastrofe atomica (forse) ha oramai falcidiato gli uomini e le società così come noi le vediamo oggi. Per le desolate strade dell'america, insieme al figlio, affronterà prove terribili e disumane, ma cariche di profondo realismo. Quel mondo, però, a ben vedere, non è poi assai dissimile dal nostro!A parte le apparenti oasi felici delle nostre democrazie, gran parte del mondo "esterno" vive già scenari di guerra e di distruzione che nulla hanno di diverso dal fantasioso romanzo di McCarthy. Un monito, dunque? Un lucido e spietato richiamo alla responsabilità? O semplicemente la descrizione anticipatrice di una realtà, purtroppo, inevitabile...
Duilio Casati